Il "Ferrante Aporti" dagli occhi di un formatore.

Gianni Iacono, ex docente di informatica al Ferrante Aporti

Prendersi il tempo di capire chi hai davanti prima di fare, rapportarsi con difficoltà importanti senza dare nulla per scontato, conoscere gli equilibri del gruppo, nei suoi rapporti sottili e nelle sue gerarchie tacite. Bisogna, prima di tutto, fare questo.

Gianni Iacono, ex insegnate di informatica ai ragazzi detenuti del Ferrante Aporti, ci ha raccontato così la sua esperienza.

Ciao Gianni, sappiamo che hai lavorato per un po' al Ferrante Aporti come docente informatico. Ci puoi dire quanto tempo veniva dedicato alla formazione e quali erano gli obiettivi del tuo corso?

Il corso era organizzato in 3 ore al giorno per 5 giorni alla settimana. L’obiettivo del corso era informatica di base con avvicinamento alla programmazione con superamento degli esami ECDL.

Erano molti i ragazzi coinvolti nella formazione? Quanti anni avevano?

Le classi erano formate generalmente da gruppi di 6 – 10 persone di età dai 14 ai 21 anni (ragazzi che avevano commesso reati dai 14 ai 18 anni). Bisogna tenere conto che, nella maggior parte dei casi, il tempo di permanenza nell’istituto era di circa 6 mesi.

Come sei arrivato al Ferrante Aporti?

Lavoravo in un ente di formazione, ENGIM, che insieme a Forcoop e Casa di Carità si occupava della formazione all’interno dell’istituto.

Quali sono secondo te gli elementi per una buona riuscita di questo tipo di lavoro?

Prima di tutto osservare e conoscere il gruppo: prendersi tempo (almeno 1 o 2 mesi) per capire quali sono le attività che funzionano bene e quali no. Solo dopo aver capito questo intervenire per cambiare le cose che non vanno. Il secondo aspetto, non meno importante, è lavorare in un gruppo informato e integrato nella struttura dell’istituto penale; nel mio caso, ad esempio, ho trovato utile lavorare con un collega magrebino che ha rappresentato una risorsa non indifferente dato che buona parte della classe aveva le stesse origine. Infine, attenzione per gli equilibri all’interno del gruppo, soprattutto quando cambiano. Si tratta, infatti, di ambienti dinamici in cui spesso i ragazzi rimangono per poco tempo (ogni mese su un gruppo di 10 persone ne cambiavano 3 o 4) ma in cui sono anche presenti detenuti storici.

Quali sono, invece, i rischi che si incontrano? Cosa bisogna evitare?

Bisogna sapersi adattare ogni volta a situazioni diverse e che cambiano continuamente quindi, non dare nulla per scontato, ed evitare di pensare “faccio questo tutti i giorni” perché proprio quando pensi di farlo, non funziona più.

Chi sono i ragazzi che hai conosciuto? Come vivevano i momenti di formazione?

Mi sono trovato davanti persone molto diverse tra loro, di conseguenza ognuno viveva la formazione in modo personale. Questo aspetto è molto importante perché anche da questo, capisci chi hai davanti. Ci sono ragazzi che sono li perché non hanno altre strade possibili nella loro vita e quindi imparare qualcosa diventa una speranza. C’è chi considera i reati come un lavoro e quindi imparare cose nuove non rientra nei loro interessi. Ma da qui poi ancora mille sfumature possibili: chi è interessato ma non riesce, chi riesce ma non è interessato, chi apprezza la possibilità ma non si applica ecc…

Gianni, raccontaci un episodio positivo che hai vissuto in questa tua esperienza.

Ricordo un mio studente che ha superato brillantemente alcuni moduli ECDL. È stato positivo vedere lui fosse soddisfatto sia dei propri risultati sia perché, per la prima volta, si accorgeva che qualcuno credeva in lui. Un’altra esperienza positiva è stata quella del giornalino d’istituto. Durante i miei 4 anni al Ferrante come formatore, ho avuto modo di coinvolgere i ragazzi non solo per quanto riguarda la scrittura di articoli ma anche per l’impaginazione del giornale stesso. Per i ragazzi rappresentava una soddisfazione poter “toccare con mano” il risultato del loro lavoro.

Consiglieresti il Ferrante Aporti a chi ha voglia di mettersi in gioco in un progetto di volontariato? Cosa gli diresti per rassicurarlo o per sostenerlo?

Sicuramente un’esperienza molto interessante, molto formativa a livello personale e contemporaneamente molto difficile. Si impara a rapportarsi a gerarchie tacite, a rapporti sottili, a lavorare con le difficoltà importanti di giovani adulti. Non credo sia un’esperienza per tutti, ma una bella esperienza; credo adatta a persone con buona presenza di sé verso gli altri.